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Cina e Africa: rapporti in evoluzione

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Un lustro, in geopolitica, può rappresentare un’era geologica. Cinque anni fa l’autocrate del Niger, Mamadou Tandja, e la China National Petroleum siglarono un accordo apparentemente vantaggioso per entrambi. Pechino avrebbe costruito una raffineria in territorio nigerino, ad Agadem, e in cambio avrebbe ricevuto il permesso per esplorare i potenziali bacini al confine con il Ciad. Tandja, ça va sans dire, avrebbe ottenuto una commissione di 300 milioni di dollari.

Oggi l’autocrate non è più al potere, spodestato da un golpe militare nel 2010. Il Niger ha un nuovo presidente, Mahamadou Issoufou, eletto democraticamente nel 2011, la raffineria è operativa, ma le promesse di sviluppo, posti di lavoro, buoni salari, sono state tradite. Eppure i contratti, contestati da Niamey, sono ancora validi e Pechino reclama i propri diritti.

Il conflitto economico a bassa intensità tra Niger e Cina è la spia di un fenomeno più ampio, che ha preso sempre maggiore consistenza negli ultimi anni. Passata la prima fase dell’espansionismo cinese, un processo privo di ostacoli, fondato sul classico scambio, materie prime versus infrastrutture, molti Paesi africani hanno deciso di mettere sul piatto del negoziato il peso dei loro interessi.
Persino il Niger, una delle realtà più povere del pianeta, dipendente dagli aiuti internazionali per il cinquanta per cento del budget di governo, non accetta più supinamente i diktat di Pechino. Alcune rimostranze del governo, peraltro, riecheggiano i toni usati a suo tempo da Hillary Clinton, che, nel corso di una visita nel continente, aveva accusato la Cina – senza mai nominarla esplicitamente – di velleità imperialistiche.

L’Africa sa che il Dragone non può fare a meno delle sue risorse. Alla tradizionale sete di materie prime, in primo luogo quelle energetiche, si è aggiunta la necessità di trasferire nel continente nero parte della produzione, perché i costi in patria cominciano ad essere eccessivi. La Cina già adesso delocalizza in Indocina, dove i salari sono inferiori, e negli ultimi anni ha stipulato intese con alcuni Paesi africani, che hanno portato alla creazione di zone economiche speciali, in cui operare con particolari vantaggi fiscali e senza troppi vincoli ambientali.

La vicenda della fabbrica di Agadem è l’emblema di una nuova sensibilità. Il Niger deve pagare il quaranta per cento dei costi, una cifra coperta da un prestito decennale fornito, ovviamente, da Pechino. La capacità produttiva è il triplo dei consumi nigerini, per cui Niamey punta tutto sull’export, dove però la concorrenza del petrolio nigeriano, conveniente perché sussidiato, è piuttosto forte. Il Niger è già riuscito a strappare migliori condizioni per il prestito, che verrà rimborsato in 25 anni, piuttosto che in 10, e sta cercando di convincere Pechino a rinegoziare i contratti della raffineria (evitando, ad esempio, di pagare una tariffa per il passaggio del petrolio dai bacini estrattivi fino alla fabbrica).

«È l’inizio di un profondo cambiamento nei rapporti tra la Cina e l’Africa», sentenzia l’economista Antoine Doudjidingao. «C’è una progressiva presa di coscienza e i governanti locali non vogliono sentirsi responsabili di fronte alla storia». «Le relazioni afro-cinesi non sono più così sbilanciate come una volta», gli fa eco Ricardo Soares de Oliveira, dell’università di Oxford. Costruire strade, ponti ed ospedali non è più sufficiente a garantire consenso. Occorre tenere conto di altri fattori, salari, ambiente, disuguaglianze sociali. In Ciad il governo ha bloccato tutte le operazioni della filiale della China National Petroleum Corporation, accusata di aver causato danni ambientali. Secondo il ministro del Petrolio di N’Djamena, Djerassem Le Bemadjiel, l’azienda cinese avrebbe scavato enormi fossi per farvi defluire il greggio, chiedendo poi al personale locale di rimuoverlo, senza le necessarie attrezzature di protezione.

Non si tratta di casi isolati. In Gabon il governo ha ritirato il permesso esplorativo a una sussidiaria della cinese Sinopec, sempre a causa di problematiche ambientali. In Zambia i dipendenti di un’azienda di Pechino hanno chiesto aumenti salariali, lamentando la durezza delle condizioni di lavoro, e le tensioni si sono riversate anche sulla comunità asiatica.

La Cina non è preparata a questo tipo di retromarcia, sostiene Soares de Oliveira. Così Pechino ha scoperto l’importanza di quello che Joseph Nye definì, in un fortunato saggio, il soft power, il potere immateriale, la capacità di parlare ai cuori e alle menti attraverso la diffusione di un modello culturale. È noto il ruolo dell’Istituto Confucio nel promuovere lo studio del mandarino e, con esso, la cultura profonda del Dragone. Una funzione svolta anche da programmi accademici, borse di studio, corsi di formazione professionale e, soprattutto, mezzi di comunicazione di massa.
La necessità di accompagnare il soft all’hard power spiega in modo esaustivo le recenti mosse della Cina, che ha investito notevoli risorse nei media africani, anche acquisendo partecipazioni in televisioni e giornali del continente.

Nella prima linea di questa campagna mediatica c’è la branca africana della Cctv, la tv di Stato, lanciata lo scorso anno, in pompa magna, a Nairobi. Un canale che evita accuratamente certi argomenti – vedi alla voce diritti umani – ignora Paesi come lo Swaziland, colpevoli di avere relazioni diplomatiche con Taiwan, e diffonde messaggi propagandistici nascondendo i reali interessi del governo. Uno staff di cento giornalisti, quaranta dei quali cinesi, quattordici uffici di corrispondenza, un budget molto ricco, con salari doppi rispetto alla media keniota: nessuno sforzo viene lesinato in questa gigantesca operazione di immagine.

Le milizie giornalistiche del Dragone annoverano un quotidiano in lingua inglese, il China Daily, creato lo scorso dicembre proprio a Nairobi, un mensile con base a Johannesburg, il ChinAfrica, la China Radio International, diffusa soprattutto nell’Est del continente, e la Xinhua, l’agenzia statale di notizie, trenta uffici in tutta l’Africa, un canale televisivo e un servizio di news per cellulari.

Negli ultimi mesi questa campagna ha compiuto un salto di qualità. Pechino ha deciso di investire direttamente nei media locali, in particolare nello Stato più influente del continente, il Sudafrica. La China International Television e il China Africa Development Fund, entrambi controllati dallo Stato, hanno raggiunto un accordo per acquisire il venti per cento di Independent News and Media, uno dei gruppi editoriali più potenti del Paese, che possiede quotidiani in tutte le maggiori città. Il principale protagonista di questa operazione è Iqbal Surve, un uomo d’affari vicino all’African National Congress, il partito del presidente Zuma. Pechino aiuta Pretoria, Pretoria aiuta Pechino. Prove d’intesa tra Brics, insomma.

Articolo di Davide Vannucci da www.linkiesta.it

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