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Un test su 13 marche di jeans

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Inchiesta su 13 note marche di jeans: solo sei hanno permesso l’accesso alle loro fabbriche di produzione.

I problemi sociali e ambientali sono numerosi in questo settore che sforna ogni anno miliardi di capi.

Ogni anno le fabbriche di Cina (il maggior produttore al mondo), Turchia, Bangladesh e altri paesi di jeans ne sfornano
ben 5 miliardi di capi. Vero e proprio fenomeno della moda a partire dal 1950, il celebre denim blu ormai si declina nelle tinte più svariate. Ma continua ad avere due facce, una chiara e una oscura. Quella chiara la conosciamo bene: dinamico, poco impegnativo, facile da indossare e abbinare. Il lato oscuro sono le condizioni di lavoro degli operai che lo producono e le ricadute nefaste sull’ambiente di quest’industria gigantesca.

Più del 50% delle marche sono poco trasparenti

Processi di trattamento estremamente nocivi, scarsa protezione sanitaria e sociale degli impiegati, uso massiccio di prodotti
chimici e acqua. Dall’inchiesta emerge un ritratto dei fabbricanti ben diverso dalle immagini glamour o rock&roll che diffondono
le marche stesse. Il primo passo di questo studio è stato quello di inviare un questionario dettagliato a tredici ditte europee e americane. Gli ultimi arrivati del test, Diesel e Salsa, non hanno ricevuto nemmeno un punto perché, oltre a non aver risposto alle domande, non mettono a disposizione nessun codice di condotta che permetta di farsi almeno una vaga idea sul loro modo di procedere. Da segnalare che Diesel ha ignorato la nostra corrispondenza, mentre Salsa e Boss hanno motivato il loro silenzio. 7 for all mankind, Wrangler, Lee (tutti membri dello stesso gruppo americano, VF Corporation) e Kuyichi hanno rifiutato senza giustificarsi. Levis e G-Star Raw hanno accettato di collaborare, ma con qualche riserva, cosa che le penalizza per quanto concerne la trasparenza.

Test marche jeans 2Test marche jeans 1

 

Prezzi bassi, esigenze migliori

Fra i sei brand che sono stati al gioco, si smarcano il gigante dell’abbigliamento low cost, la svedese H&M, e la spagnola Zara.
Queste aziende, che propongono i jeans più a buon mercato fra quelli scelti per l’inchiesta, sono anche quelle che dimostrano
la maggiore responsabilità sociale e ambientale. Ciononostante non possono essere considerate esemplari, e il loro margine di
miglioramento è ancora ampio. Per H&M, Zara e le altre, bisogna assolutamente fare qualcosa a livello delle ore di lavoro e del
pagamento delle ore supplementari. Per quanto riguarda la politica ambientale, è inesistente presso molte ditte, Zara compresa.
Ogni inchiesta etica solleva l’eterna questione del salario minimo. Le marche più responsabili lo rispettano. Ma purtroppo è il calcolo stesso di questi salari che pone dei problemi. In Bangladesh, per esempio, in una fabbrica che produce per H&M, il salario minimo è di 28 euro al mese. Ma secondo l’Alleanza asiatica per un salario minimo, per vivere decentemente in questo
paese ci vorrebbero 118 euro, ossia quattro volte di più di quello che pagano le ditte occidentali.

Sabbiatura: operai vittime della moda

Ci sono molte tecniche per conferire ai jeans un aspetto usato e scolorito. Fra questi, la sabbiatura: quasi senza protezione, gli
operai spruzzano manualmente la sabbia con un compressore. Vietata nella Comunità europea negli anni ’60, in Turchia, questa pratica è stata abolita ufficialmente nel 2009 perché, per la prima volta, ci si è accorti che può provocare la silicosi, una malattia polmonare dovuta proprio alla sabbiatura. A fine 2010, si calcolava che gli operai turchi colpiti dalla silicosi erano 5000 e i morti 50. Per il Comitato turco di solidarietà con gli operai della sabbiatura, però il problema non è ancora risolto. Il suo portavoce, Yesim Yasin spiega: “L’industria del jeans ha dislocato questo procedimento in paesi come il Bangladesh, il Pakistan o l’Africa del nord. Oggi ci battiamo con delle organizzazioni mondiali per lottare contro questo flagello a livello globale.” Nel corso  dell’inchiesta non è stato osservato nessun caso di sabbiatura manuale. H&M ha rinunciato alla sabbiatura per i suoi abiti, tuttavia una fabbrica del Bangladesh che produce anche per il gigante svedese, la pratica per altre marche.

Test_jeans

FRC MAGAZINE (TRADUZIONE TF)
FOTO FRANCESCA PALAZZI / ALTROCONSUMO

 

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