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Cina: SOS dai campi dell’orrore

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Un biglietto cucito in un paio di Jeans. Un’etichetta modificata per gridare al mondo intero lo sfruttamento e la disperazione. Una lettera per chiedere aiuto a un destinatario sconosciuto. Messaggi nascosti che arrivano dalle zone più remote della Cina a ricordarci il lato oscuro del benessere. Sono le grida silenziose degli schiavi moderni.

Sembrano acquisti come tanti, fatti in grandi magazzini o nelle scintillanti vie dello shopping che trasudano lusso. Comprati, dimenticati in un angolo, gettati via. Sempre più spesso, però, i prodotti provenienti dalla Cina portano con sè suppliche disperate. Come i jeans di Karen, comprati da Primark e mai indossati perché difettosi. Erano rimasti tre anni in un armadio, poi, un momento prima di finire nell’immondizia, hanno rivelato il loro piccolo grande segreto: un bigliettino scritto in caratteri cinesi, piegato con cura e nascosto in una tasca. Sopra gli ideogrammi incomprensibili, una scritta che lasciava poco spazio all’immaginazione “SOS!SOS!SOS“. Il testo, tradotto con l’aiuto di Facebook, fugava ogni dubbio:

“Siamo detenuti nella prigione Xiangnan di Hubei, in Cina. Da molto tempo lavoriamo in carcere per produrre abbigliamento per l’esportazione. Ci fanno fare turni da 15 ore al giorno. Quello che ci danno da mangiare è perfino peggio di quello che si darebbe a un cane o a un maiale. Siamo tenuti ai lavori forzati come animali, usati come buoi o cavalli. Chiediamo alla comunità internazionale di condannare la Cina per questo trattamento disumano“.

Quella che Karen aveva tra le mani era una richiesta d’aiuto da parte di un detenuto cinese costretto ai lavori forzati nei «laogai», letteralmente luoghi di « riforma attraverso il lavoro», praticamente dei lager. Chi c’è stato li definisce dei «campi di concentramento dove vengono applicati la tortura, la denutrizione, lo sfruttamento, lo schiavismo. Introdotti negli anni ’50 e progettati originariamente per i dissidenti del Partito Comunista, ancora oggi conferiscono alla polizia il diritto di applicare pene detentive di tre anni senza che il caso passi attraverso il tribunale. Il numero dei detenuti resta uno dei segreti di Pechino che non rilascia stime ufficiali, ma si parla di centinaia di migliaia di persone. A dicembre il plenum del partito ne aveva annunciato l’abolizione, ma per adesso niente è cambiato.

Quella trovata da Karen, però, era solo l’ennesima invocazione d’aiuto. Da anni, infatti, gli artigiani del Made in China continuano ad affidare ai prodotti che finiranno sugli scaffali a poco prezzo i loro disperati SOS. Primark era già finita al centro della bufera: una ragazza aveva scoperto che sull’etichetta del suo nuovo vestito – pagato dieci sterline – qualcuno aveva scritto “condizioni di sfruttamento degradanti“. Nello stesso store del Galles, poco prima, un’altra cliente aveva fatto una scoperta analoga, trovando la scritta “costretti ad ore di lavoro estenuanti“. L’azienda assicura indagini, promette che le ispezioni erano regolari. Ma i controlli non bastano. La lista delle richieste di aiuto è lunga, e non si limita alla catena britannica. Anche negli Stati Uniti i casi sono numerosi, sono stati trovati biglietti negli oggetti più diversi, dai gadget di Halloween alle shopping bags di Sacks, grande magazzino sulla Fifht Avenue in cui Stephanie ha trovato non solo la disperata supplica di un detenuto, Njong, ma anche la copia del suo documento identificativo. Sono grida disperate affidate, forse a rischio della vita, agli oggetti che del loro sfruttamento sono il simbolo. Grida che ci obbligano a non voltare lo sguardo e ci mostrano dove finisce la cosiddetta civiltà e frammenti di una realtà che vorremmo dimenticare, ignorare, per continuare a far finta di non sapere come nasce il sogno occidentale.

 

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Articolo tratto dal magazine online Parolibero

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