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Luci dalla Cina. Cotton e la via crucis del blue jeans

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Mercoledì 8 ottobre nella sala tre del Cinema Massimo di Torino, abbiamo potuto assistere, all’interno della più ampia rassegna del festival europeo del documentario cinese, intitolato“Luci dalla Cina”,  all’anteprima della proiezione del film“COTTON”, del giovane regista cinese Zhou Hao.

Michel Noll è l’ideatore di questa kermesse, produttore e cineasta francese di lunga esperienza, nonché grande appassionato della Cina, il quale, a partire dal 2009, ha dato inizio a Parigi a questo festival di cinema indipendente, “Les Ecrans de Chine”, il cui leitmotiv culturale è stato quello di rendere ad un pubblico europeo una visione della Cina diversa a quella cui era tradizionalmente abituato. Visione da sempre limitata a quell’unico dualismo espressivo che vede, da una parte, il lungometraggio di stato, quindi una visione fortemente inquadrata a livello politico, mentre dall’altra, una resa narrativa affidata al punto di vista del giornalista e/o cineasta europeo inviato sul posto per cogliere, di quell’immenso paese, gli aspetti che, di volta in volta, venivano ritenuti rilevanti secondo una sensibilità propriamente occidentale.

L’obbiettivo del festival parigino è stato invero quello di dar visibilità ai giovani cineasti cinesi, producendo per lo più film e documentari il cui punto di vista non si fosse discostato ontologicamente dal girato, e le modalità, o, più propriamente, le sensibilità espressive, andavano a combaciare con l’espresso.

Michel ha prodotto infatti gran parte di questi film e, come ha evidenziato lui stesso nella breve conferenza tenuta la sera della proiezione di Cotton, grazie anche alle moderne tecnologie di ripresa che permettono una fruizione più democratica e largamente accessibile della strumentazione necessaria, l’intero processo di creazione del film è stato suddiviso in due parti: una prima parte di riprese fatta in Cina, da cineasti locali, e una seconda parte, riguardante il montaggio e la post-produzione, in Francia. Questo metodologia ha dato all’opera un valore aggiunto, fondendo abilmente l’interpretazione diretta della parte “autoctona”, all’interpretazione propriamente occidentale, riguardo la ‘stesura’ finale della narrazione, nella scelta delle sequenze.

L’anteprima torinese del film, cui abbiamo avuto la fortuna di assistere grazie all’interessamento e all’intervento diretto di un giovane cineasta indipendente italiano, Andrea Deaglio, fondatore della Mu Film, mostra la filiera del processo produttivo del cotone nel suo complesso, dalla semina stessa della pianta, agli utilizzi ultimi di tale prodotto: i famosi e onnipresenti Blue Jeans. In una vera e propria via crucis di quello che è, il più comune vêtement di massa della storia, divenuto negli ultimi decenni mito e simbolo della prosperità del modello capitalista occidentale, e icona indiscussa della moda eretta a fenomeno globale, vengono ricostruite le tappe, spesso misconosciute, antecedenti la fruizione finale del prodotto dai banconi dei negozi delle nostre città. Una via crucis moderna, ma fatta altresì di sudore e di sangue, come ci dicono i vari pezzi di umanità che incontriamo nella narrazione, storie di vite secondarie, ma oltremodo indispensabili affinché qualcuno, più a ovest, possa fregiarsi di quello status symbol della Bellezza mondiale.

Dal contadino che coltiva ettari di terra a cotone, in sperdute province della Cina rurale, la cui vita, consumata in sfiancanti e eterni cicli stagionali di semina e raccolto, tutto rigorosamente a mano causa mancanza di macchinari, e con guadagni a dir poco irrisori, ai lavoratori delle fabbriche in città, sfuggiti a questa vita di privazioni e sofferenze per altre e forse più ignobili tirannie, nelle filiere dove avviene la lavorazione del cotone. La vita in questi veri e propri non-luoghi, per noi occidentali, ha un non so che di agghiacciante: orari di lavoro infiniti, estenuanti, interrotti solamente da rari momenti di ‘libertà’: un concetto al limite della sopportazione umana, bel oltre ogni più pessimistica immaginazione a cui siamo stati abituati, e in cui noi europei siamo cresciuti, come una delle nostre più preziose conquiste. Osservare gli spazi angusti in cui marito e moglie consumano la loro vita domestica, vere e proprie baraccopoli di cemento armato dove ci si riposa quel tanto che basta per recuperare un po’ di forze, fumare una sigaretta, consumare un pasto frugale, e sperare che i figli possano godere di un futuro migliore.

Qualsiasi interpretazione filosofica della storia, e della fine della storia, il mito del paradiso dei lavoratori, il mito del progresso, come la rincorsa ad un benessere futuro mai pienamente realizzabile, sembrano del tutto superflui innanzi alla potenza di tali immagini. Pure, innocenti, senza contaminazioni ne distorsioni proprio perché girate da cinesi ad altri cinesi. La speranza, indissolubile e mai vinta verso la propria prole, verso la generazione del futuro, sembra l’unica forza di volontà che muove questa fiumana scrosciante e invisibile di disperati, più che l’ideologia del Comunismo, la quale, in Cina, ha prodotto unicamente una generazione di lavoratori a basso costo.

Non si cerca una colpa, un motivo, ne tantomeno una morale: viene mostrata unicamente, con la forza delle immagine e dei dialoghi di coloro la cui voce altrimenti sarebbe rimasta inascoltata, una realtà che non appartiene ad un mondo troppo lontano, ma è qui, appena dietro l’angolo.

E’ il mito dell’Occidente quello che inseguono i nostri amici cinesi, sono le nostre orme quelle che percorrono, i nostri passi ad essere imitati.

Forse, prima o poi, verrà un’altra Cina, da qualche altra parte del mondo, a cui passare il testimone di questo ‘sporco’ lavoro, e i cinesi, tutti i cinesi, potranno finalmente limitarsi ad entrare ed uscire dai camerini delle boutique di Shangai.

Articolo di Fabio Pante, pubblicato su Articolo tre  il 10 ottobre 2014

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