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I vestiti fatti in Bangladesh

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Il Wall Street Journal racconta – con molti dati – il paese con la manodopera peggio pagata al mondo che produce indumenti per marchi importantissimi

BANGLADESH

Negli ultimi anni la disponibilità di manodopera a basso costo ha reso il Bangladesh il secondo produttore di indumenti al mondo dopo la Cina: con un mercato da 20 miliardi di dollari all’anno, l’industria tessile bengalese nel 2012 ha garantito l’80 per cento delle esportazioni del paese, delle quali l’80 per cento verso l’Unione Europea. Manodopera a basso costo significa anche terribili condizioni di lavoro e sicurezza a rischio, come dimostrano i numerosi incidenti nelle fabbriche tessili degli ultimi anni: l’ultimo e il più noto è avvenuto a Dacca lo scorso 24 aprile, quando nel crollo di un edificio che ospitava cinque laboratori tessili sono morte oltre mille persone. Come racconta il Wall Street Journalil Bangladesh non produce però soltanto indumenti per le marche cosiddette “low cost” (H&M, Zara, Walmart, per esempio) ma anche per molti marchi di stilisti importanti come Ralph Lauren, Hugo Boss e Giorgio Armani.

Secondo i registri di spedizione, scrive il Wall Street Journal, Armani l’anno scorso ha ricevuto quasi 10 tonnellate di magliette e biancheria intima realizzate in una fabbrica della città portuale di Chittagong. Armani ha dichiarato che la casa di moda italiana produce soltanto “un numero relativamente piccolo di capi” in Bangladesh e che “il presupposto comune che tutte le condizioni di produzione siano inadeguate non è un giusto riflesso della realtà della situazione e rende un cattivo servizio al paese”.

Il prezzo di un indumento base come la t-shirt può essere utile per capire l’incongruenza tra il prezzo all’ingrosso e quello al dettaglio, e come sia essenzialmente il marchio la caratteristica determinante per il prezzo. Una t-shirt prodotta in Bangladesh per la marca G-Star Raw in un negozio di Londra costa 60 sterline, l’equivalente di circa 70 euro; una della marca italiana Replay 35 sterline, circa 40 euro; una di Tommy Hilfiger quasi 40 dollari, circa 30 euro. «Marchi come Tommy Hilfiger, Calvin Klein o Giorgio Armani hanno un prezzo più alto perché il marchio ha una reputazione che fa la differenza», ha detto Ralston Fernandez, vice-presidente senior per le operazioni di “ZXY Apparel Buying Solutions”, una società bengalese che si occupa di piazzare gli ordini dei rivenditori alle fabbriche locali.

I prezzi al dettaglio delle marche più importanti includono altri costi come la pubblicità, l’affitto dei negozi e gli stipendi per i venditori, ma il divario tra i costi resta comunque altissimo: secondo Mohammad Zulficar Ali, direttore esecutivo di una società che si occupa di curare i rapporti tra le fabbriche produttrici e i grandi marchi, il costo di produzione di una t-shirt di Primark sarebbe l’equivalente di un euro e venti, 3,80 euro per una di Tommy Hilfiger e 4,60 dollari per una di G-Star Raw. Sia G-Star che Tommy Hilfiger hanno rifiutato di commentare i loro costi di produzione. Secondo i proprietari delle fabbriche tessili in Bangladesh i margini di profitto tendono a essere gli stessi indipendentemente dal cliente, e che tutti tendono ugualmente ad abbassare i costi di produzione. Per una lavoratrice dell’industria tessile il salario dipende dalla sua abilità e non ha nulla a che fare con il fatto che stia cucendo una maglietta di un marchio “costoso” o di uno più popolare ed economico.

Oltre alla materia prima, anche il costo del lavoro incide sui costi di produzione: il governo del Bangladesh, dopo l’incidente del 24 aprile, si è impegnato ad aumentare il salario minimo – che è attualmente l’equivalente di 29 euro al mese, uno dei più bassi al mondo, circa un quarto di quello cinese – per portarlo all’equivalente di 78 euro al mese. Come ha spiegato Abby Jamal, amministratore delegato di ZXY Apparel, raddoppiare il salario minimo significherebbe aggiungere tra i 7 e i 10 centesimi di euro al costo di produzione di ogni singola t-shirt.

Lo scorso 13 maggio 31 multinazionali tessili che operano in più di mille fabbriche in Bangladesh, insieme alla federazione internazionale IndustriALL Global Union (a cui aderiscono 900 sindacati di 140 paesi, con circa 20 milioni di iscritti), oltre a diverse ong, hanno firmato l’Accord on Fire and Building Safety, un protocollo sulla prevenzione degli incendi e la sicurezza negli edifici con cui ci si impegna a non fornire commesse alle fabbriche che non risultino in regola con le norme di sicurezza. L’accordo è stato firmato, tra gli altri, da H&M (la più grande acquirente di capi di abbigliamento dal Bangladesh), Benetton, le britanniche Primark e Tesco, la statunitense Abercrombie & Fitch e il gruppo spagnolo Inditex (che possiede, tra gli altri, i marchi Zara, Pull and Bear, Bershka, Oysho, Stradivarius).

Molte aziende, però, hanno rifiutato di aderire all’accordo per evitare di essere tenute a rispondere legalmente delle condizioni di lavoro delle fabbriche da cui si servono: l’agenzia statunitense Ecouterre ha reso noti i nomi di 15 di queste aziende, tra cui Foot Locker e VF Corporation (che possiede i marchi North Face, Timberland e Wrangler).

 

http://www.ilpost.it/2013/07/02/industria-tessile-vestiti-bangladesh/

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