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Cosa significa l’accordo sul clima Usa-Cina – Wired

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In anticipo rispetto alle previsioni, le due super-potenze hanno raggiunto un accordo storico – ma non vincolante – che invita l’Europa ad avere più coraggio, e che sfida le posizioni anti-scientifiche repubblicane. Tanta politica, poca sostanza.

La Cina segna il suo vero ingresso nel mondo dei big del pianeta, unendosi allo sforzo – almeno allo sforzo – di porre un freno alle sempre più stringenti conseguenze dei cambiamenti climatici. In anticipo rispetto alle attese, ma dopo mesi di delicate discussioni, Cina e Usa hanno firmato un’intesa che limita le emissioni inquinanti nei prossimi venti anni. L’evento è storico, non fosse altro che per quel 43% di emissioni che – da sole – le due potenze immettono attualmente in atmosfera. Ma ci sono altri risvolti nell’importante accordo siglato a Pechino.

Prima di tutto, come hanno dichiarato alcuni funzionari americani, le due potenze vogliono parlare al resto del mondo, e invitare altri Paesi a mosse coraggiose e aggressive nella difesa dell’ambiente. Il che significa parlare all’Europa, specie dopo l’ultimo, deludente, accordo siglato a Bruxelles sul clima, che ha visto una pesante frenata ai precedenti obiettivi, trascinati in basso dai timori polacchi di perdere chance di crescita. Paure non del tutto infondate, visto che, finora, le politiche di Usa e Cina avevano lasciato l’Europa da sola nella lotta agli sconvolgimenti climatici. “Si tratta di una pietra miliare nei rapporti tra Usa e Cina”, ha detto Obama, ma ovviamente intendeva una svolta per il mondo intero. Speriamo, ma l’impressione è che la mossa sia tutta politica (da entrambe le parti): l’accordo infatti non è vincolante e sembra rivolto più che altro all’elettorato.

La Cina fronteggia da anni le crescenti preoccupazioni della popolazione rispetto all’inquinamento e alla salute, e una qualche presa di posizione era attesa. Un recente studio ha stabilito che solo nel 2012 i decessi collegabili alle centrali a carbone sono stati 670mila, e il governo di Pechino sta portando avanti da tempo grossi investimenti nel settore delle energie pulite (compreso però il nucleare). Certamente sono in programma anche nuove centrali a carbone – per soddisfare l’enorme e sempre crescente domanda di energia di un Paese in forte espansione – e il premier Xi, da parte sua, non ha promesso precisi tagli alle emissioni, ma solo di frenarne la crescita entro il 2030, o magari prima, raggiungendo almeno 1/5 di energia da fonti pulite. Obama – come è giusto per un Paese comunque più ricco e dalle richieste energetiche più stabili – ha posto invece l’obiettivo di un taglio delle emissioni del 28% entro il 2025 (rispetto ai livelli del 2005). Niente di eccezionale, se paragonato ai già deludenti ultimi traguardi europei (un taglio del 40% entro il 2030 rispetto alle emissioni del 1990), solo – diciamo – un segnale di speranza rispetto al precedente impegno Usa (taglio del 17% entro il 2020).

Quel che dispiacerebbe, ma che resta probabile, è che Obama voglia giocare con le dichiarazioni, sapendo poi bene che il suo mandato termina ben prima del raggiungimento degli obiettivi fissati. Per ora preferiamo pensare che abbia lanciato una sfida ai repubblicani, vittoriosi al Senato nelle elezioni di metà mandato: come già ricordato, le commissioni Scienza e Tecnologia e quella Ambiente e Lavori pubblici sono presiedute oggi da negazionisti di ferro, politici della vecchia guardia che ancora negano ci sia una qualche responsabilità umana nei cambiamenti climatici (e derisi dalla sinistra americana con gag geniali, ma finora politicamente in minoranza).

Articolo pubblicato il 12 novembre 2014 su www.wired.it

 

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