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Il manuale per guadagnare sugli immigrati

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TRIESTE. L’economia domestica dei rifugiati è un’arte. Con gli stessi soldi c’è chi riesce a ospitarli, come nel capoluogo giuliano, in un tre stelle in pieno centro o in un bed and breakfast vista mare che in estate i turisti si contendono. Oppure, come nel caso romano di un posto noto come hotel Rebibbia, in un palazzaccio lontano da tutto tranne che dal carcere omonimo, dove in pieno inverno l’acqua calda e il riscaldamento «non funzionano» e in cui tutte le prese elettriche tranne una sono state disabilitate per tenere al minimo i consumi di quegli esosi di rifugiati che ogni tanto vorrebbero caricare il cellulare. Generalmente chi sta peggio costa anche di più. Il differenziale deve avere a che fare con l’ormai celebre massima di Salvatore Buzzi, capo di cooperative sociali rosse in affari con i neri nell’orrido plot di Mafia Capitale: «Con gli immigrati si fanno molti più soldi che con la droga». Che sia un’iperbole (il prezzo della cocaina, dal produttore al consumatore, lievita di oltre dieci volte) o una valutazione ragionieristica che sfuggiva al grande pubblico, vale la pena di capire come la solidarietà possa diventare un business. E su quali voci è possibile rubare. A danno degli stranieri assistiti e dei contribuenti autoctoni.

La cifra totem è 35 euro. I soldi che, stando alla disinformazione incendiaria che circola nelle periferie arrabbiate, andrebbero ogni giorno in tasca agli immigrati. In verità si tratta dello stanziamento che il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) ha previsto. «Il 99 per cento di questa somma» spiega Laura Famulari, nella sua stanza di assessore al sociale del comune di Trieste, «resta nell’economia locale». Sul tavolo ha una relazione aggiornata che dettaglia la destinazione media del denaro pubblico: 13,50 euro per l’alloggio (dai 4 negli appartamenti ai 19 negli alberghi, l’ultima spiaggia), 8,50 per il vitto, 9,50 per il personale, 1 per la pulizia e infine 2,50, la vera diaria per piccole spese. L’idea di lucrare sui disperati appare esotica: «Noi scongiuravamo che non ci mandassero troppe persone da Mare Nostrum perché ne avevamo già troppe». Mentre Luca Odevaine, altro imputato in Mafia Capitale, chiede di spedirne a Roma dieci volte di più, da 250 a 2500. Generoso, con gli amici.

A parità di abitanti i 500 rifugiati di Trieste diventerebbero 6700 a Roma (invece sono 2600). Non è il numero quindi a giustificare la virtù friulana. Gianfranco Schiavone, presidente del locale Consorzio italiano di solidarietà (Ics) e veterano dell’accoglienza, fissa una linea di demarcazione: «Nel sistema Sprar, gestito dagli enti locali, è prevista una rendicontazione analitica: i soldi vanno impiegati per i servizi; se c’è un avanzo, va restituito. Nel sistema emergenziale, quello in mano alle prefetture, questa rendicontazione non c’è». Se arriva un barcone con cento persone il prefetto deve trovare cento letti. E non si va tanto per il sottile – la shock doctrine insegna – né sulla loro qualità né sulla biografia di chi li fornisce. E se qualcuno se ne va il giorno dopo e il gestore si scorda di comunicarlo, i soldi li prende lo stesso. Tanto più le strutture sono elefantiache, come i Centri accoglienza richiedenti asilo (Cara) monstre di Mineo (4000 persone) o Crotone (oltre 1500), tanto più la confusione è possibile. Per questo Schiavone è allergico al gigantismo: «Il posto più grande che abbiamo può contenere quaranta persone. Per il resto sono appartamenti dove vivono in 6-7, cucinandosi da soli, con un operatore che segue i percorsi di ognuno». Schiavone rivendica l’approccio generale: «La nostra logica è superare il centro di accoglienza. I rifugiati vivono in libertà, come tutti i cittadini, usufruendo degli stessi servizi. E da noi sia Sprar che sistema emergenziale sono gestiti dal Comune, con le stesse modalità». A pranzo mi porta in una di queste strutture, ex centro di salute mentale, dove abitano sette musulmani e due cristiani. È un pranzo allegro, pieno di gente che sorride. Un ragazzo, passato per il Cara di Trapani, sta seguendo un corso da operaio edile e sembra realisticamente avviato a un’assunzione. Un altro spera di fare il macellaio. Quanto agli appartamenti sono tutti centralissimi. In una bella palazzina ausburgica due dei sei condomini afgani che ci offrono il tè stanno per andare in palestra («Gliela paghiamo noi, per favorire la socializzazione» dice la psicologa Ics, Isabelle Sanchez). Trentacinque euro non sono tanti, ma se non si butta via niente bastano anche per rette insospettabili.

La stessa piccola torta può essere divisa in maniera diversissima. La porzione più appetitosa per i disonesti, circa un terzo del totale, riguarda il personale. «Gli operatori sono tutti a progetto» spiega nell’ufficio romano l’avvocato Salvatore Fachile, specializzato in migranti, «quindi non vengono indicate le ore lavorate che si estendono al bisogno». A un’operatrice avevano promesso uno stipendio da 500 euro per 12 ore, retrocesso nei fatti a 400 per 16-18 e non percepito da tre mesi. «In teoria sarei consulente legale» dice la ragazza laureata, «in pratica faccio tutto. Compreso pulire i miei uffici perché il personale addetto è stato istruito a evitare le nostre stanze». Che i locali fossero infestati dalle cimici l’hanno scoperto per caso, riconoscendo i morsi sulla pelle degli ospiti. I servizi, in quanto intangibili, sono i più facilmente frodabili. La graduatoria Sprar valuta i progetti con punteggi da 18 a 2 punti (i due terzi rientrano, complici le continue emergenze sbarchi, nella fascia 2-6). Per passare devi promettere operatori legali, mediatori culturali, psicologi. Ma in assenza di requisiti specifici, puoi prendere un giovane che faccia tutte e tre le cose. Oppure un legale – magari parente o congiunto – che, telefonicamente, si divide tra più associazioni. Sulla fetta più cospicua, quella dell’alloggio, l’economia di scala abbatte i costi. Un monolocale, in proporzione, costa molto di più di una quadrifamiliare. L’ottimizzazione diventa massima nel caso dei minori non accompagnati. «Per il loro sostentamento la legge riconosce fino a 80 euro al giorno» spiega Fachile, «e dispone che vengano ospitati in un massimo di otto, mentre certe strutture ne accolgono 150!». Probabilmente pensava a questi special guest Buzzi quando si eccitava sui margini stellari. Ma anche sul vitto, circa un quarto, si può marciare. Se compri a due lire pasti immangiabili («Sappiamo di centri dove gli ospiti li buttano via direttamente») il guadagno c’è. E il danno per la collettività pure, dal momento che quelle persone dovranno sfamarsi alle mense, a loro volta finanziate dalle tasse. Anche sul micragnoso tesoretto da due euro e mezzo si è accanita la spending review criminale. Magari riducendolo arbitrariamente, come contributo per aver trasportato i rifugiati dalla struttura dove si trovavano prima.

Dalle indagini romane si è scoperto che anche i rom possono diventare un piatto ricco. Nel 2013 il Campidoglio ha speso 24 milioni di euro tra sgomberi e gestione dei campi. Che la Comunità europea ha più volte denunciato come discriminatori. «È evidente che la formula del campo vada superata» argomenta Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio. Nel rapporto Campi Nomadi Spa documentano come la segregazione, oltre che profondamente sbagliata, sia anche antieconomica. «A Messina si è permesso ai rom di rimettere in sesto edifici dismessi. Con circa 10 mila euro a famiglia ora hanno una casa, contro gli oltre 80 mila per alloggiarla nel degrado del campo romano La Barbuta». Se c’è una regione che l’ha capito è la Toscana. Il governatore Enrico Rossi, che ha fatto scandalo facendosi fotografare insieme ai suoi vicini di casa rom, rivendica un risultato: «Fino a una decina di anni fa nei campi avevamo 2500 persone, oggi 1250. Bisogna inserirli nel tessuto urbano, senza clamori, in tutti i quartieri. Così la popolazione neppure se ne accorge». Ha in testa gli esempi opposti di Prato, dove il ghetto cinese è diventato un problema, e quello di Campi Bisenzio, in cui la convivenza diffusa è pacifica. «Abbiamo fatto così anche con i rifugiati» insiste «spalmandoli 2-3 per comune e nessuno che non fosse in mala fede ha avuto da ridire». Divide et impera. Chiamano l’approccio case leggere. Me le fanno vedere nella zona di Coverciano a Firenze, a dieci minuti dal centro. Sei appartamenti da una sessantina di metri l’uno dove vivono da 17 anni altrettante famiglie rom. «Ricordo all’inizio i picchetti dei vicini, le fiaccolate» racconta il trentenne Marquez, autista macedone con cinque figli: «Non ci volevano perché avevano paura che rubassimo. Dopo due mesi, e nessun furto, è passato tutto e ora le nostre mogli prendono il caffè insieme». Di certo la sua tiene la casa a specchio e prepara un caffè turco che risveglierebbe i morti. Un loro bimbo giocava a calcio nella Settignanese con il figlio di Renzi. Per stare qui pagano il canone sociale che va da 50 a 200 euro. «Ma se è vero che i rom si piazzano sempre alti nelle graduatorie dell’edilizia popolare» precisa Simone Siliani, che ha firmato la legge regionale del 2000 che prevede il superamento dei campi nomadi, «ciò non corrisponde, nonostante le accuse sobillate dalla destra, alle reali assegnazioni, dove entrano in gioco vari criteri correttivi» (anche a Trieste solo il 7 per cento degli immigrati, giusto la loro quota sugli abitanti, ne risulta aggiudicatario). Mi portano a casa di Demir, un mediatore culturale cinquantenne con un bel baffo ottomano. Un appartamento in una palazzina popolare dove vive con la moglie che lavora in un ospedale e la nipote tredicenne che presto porterà in visita ad Auschwitz. Anche lui fu accolto da un maresciallo dei carabinieri malmostoso («Mustafà, sappiamo chi sei, quindi riga dritto»), ma è un ricordo archiviato nel cassetto del folklore. A poche decine di chilometri, in un piccolo campo sopravvissuto alla periferia di Prato, assisto allo spettacolo paradossale di sinti che si lamentano dei rom: «Non sono come noi. Non si lavano e ci rovinano la reputazione».

L’unica lezione generale che mi sembra di intuire è che se tratti le persone da animali c’è un alto rischio che a un certo punto si inferociscano. Uno che riesce a mettersi nelle scarpe altrui è Rossi: «Certo, quando abbrustoliscono la salamella all’aperto per qualcuno può essere seccante. Come può diventarlo mia moglie se sente il rock a volume alto. Basta dirglielo». Nessuna empatia invece verso i manutentori professionali della paura, quelli sempre pronti a imputare agli ultimi arrivati tutte le colpe cittadine. A inzuppare il pane nell’odio di Tor Sapienza il leghista Mario Borghezio è andato scortato dallo stato maggiore di Casa Pound. E mentre loro reclamavano in pubblico gli sgomberi, il camerata Carminati, Buzzi e compagnia incassavano in privato per l’ennesima emergenza da gestire. Dell’immigrato non si butta via niente. Al primo giro stacca un dividendo elettorale. Al secondo un assegno.

Articolo pubblicato sul blog di Riccardo Stagliano il 20 gennaio 2015

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